La premessa è d’obbligo: il massimo del trekking, per me, è una gita al parco Lambro, con colazione al sacco o, meglio ancora, al baracchino dei panini più vicino. Salamella, birra media chiara e sole in faccia. Sogno, però, grandi avventure nei boschi e faticosissime camminate tra le montagne. Gite al limite dello sforzo fisico, che temprano la mente e il corpo. Una cosa tra Rambo e Mowgli, per capirci.
Forse è per questo che adoro i format televisivi sulla sopravvivenza, genere ormai consolidato anche nel nostro paese. Mi piacciono tutte le variazioni sul tema, tutte le location, tutte le situazioni rappresentate. Bramo le scene di pesca e di caccia, il momento in cui l’esperto di turno accenderà, non senza fatica, il fuoco con due legnetti oppure utilizzando una antica tecnica maori o sioux. Non parliamo poi dei rifugi costruiti sugli alberi per evitare serpenti, coccodrilli e fiere di pericolosità mortale.
Il mito, il capostipite della serie, è senza dubbio Bear Grylls, un ex militare inglese dei corpi speciali, protagonista de “L’ultimo sopravvissuto”, in onda su Discovery Channel e su Italia2, digitale terrestre. Bear si fa abbandonare (con una troupe invisibile) nei posti più difficili e pericolosi e la sua missione è sopravvivere, mostrando, a noi pigri omuncoli da divano, quali siano le tecniche per ritrovare la civiltà senza nel frattempo lasciarci le penne. Ovviamente non arriva mai in questi posti dimenticati da dio e dagli uomini in modo normale: si lancia da un aereo, da un treno in corsa, si cala da un elicottero.
La peculiarità di Bear, come dice mia figlia seienne, è quella di “mangiare schifezze”. Per convincerci che per rimanere vivi valga tutto, Bear ingurgita davvero qualsiasi cosa: insetti di ogni foggia e colore, scorpioni, serpenti, muschi e licheni in quantità industriale. Una volta ha assaggiato anche in testicolo di capra, un’altra ha bevuto la propria urina per evitare la disidratazione. David Letterman lo ha preso in giro per un pò e poi lo ha invitato al “Late Show”, per intenderci.
Il filone “sopravvivenza” ha prodotto molte varianti. Tra le migliori segnalo “Man, woman, wild”, ancora su Discovery Channel, nella quale l’ex berretto verde (ovviamente….) Mykel Hawke trascina la moglie Ruth England, popolare conduttrice tv britannica, nelle situazioni più pericolose, dal delta dell’Okawango fino alla giungla amazzonica. Lui bruto muscoloso, lei bionda delicata, danno vita a un mix divertente e improbabile. Per esempio: lei trova una tartaruga nel prato e si affeziona, lui la uccide e la cucina per cena. Cose così.
Se, infine, preferite il genere “rutti e scorregge”, con licenza parlando, vi suggerisco “Dual Survival”, sempre su Discovery Channel. I protagonisti sono Dave Canterbury, ex militare e cacciatore incallito, e Cody Landin, una specie di cavernicolo con le treccine, che segue metodi primitivi per sopravvivere e che dagli anni ’80 non indossa scarpe. Non le indossa mai e intendo mai. Deserto rovente, neve alta e ghiaccio, sempre scalzo. Teorizza che i suoi mitocondri si siano abituati. Imperdibile. I due hanno metodi e approcci diversi alla sopravvivenza che spesso collidono e ogni puntata è un florilegio di beep censori.
Penso sempre a Bear, Mykel, Cody e Dave, tutte le volte in cui mi trovo in campagna. Mi immagino perso tra gli alberi, una bandana in testa, un machete in mano….
Poi mi siedo a tavola e mi godo il mio agriturismo.
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